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Dal 1200 al 1300Letteratura

Cino da Pistoia | Poesia scientifica e astratta

Cino da Pistoia

Brunetto Latini fu maestro di Guido Cavalcanti e di Dante, che compirono i loro studi nell’università di Bologna, dalla quale uscì pure Cino da Pistoia.

Si sente in tutti e tre la scuola di Guido Guinicelli. Amore si scioglie nelle tradizioni cavalleresche, e diventa materia di teologia e di filosofia. Si discute sulla sua origine, sui suoi fenomeni e sul suo significato. Nella sua apparenza volgare l’amore, citando un verso dantesco:

Adombra quella forza che muove il sole e le stelle.

Dante Alighieri

Il poeta lascia al volgare il senso letterale e ne cerca uno ulteriore, teologico e filosofico, di cui quello letterale sia il velo. Il lettore, con le sue abitudini scientifiche, disprezza il fenomeno amoroso e vi cerca dentro una scienza. L’esistente per lui è solo un velo del pensiero, una forma dell’essere.

Il corpo è un velo dello spirito; la donna è la forma di ogni perfezione morale e intellettuale: spiritualismo religioso e idealismo platonico si fondono e formano una singola dottrina. L’allegoria, ch’era già prima la forma naturale di una cultura poco avanzata, diviene una forma fissa del pensiero teologico e filosofico. Ma il pensiero esercitato nelle lotte scolastiche era già tanto vigoroso che poteva anche bastare a sé stesso e avere la sua espressione diretta. Perciò nella poesia entra non solo l’allegoria, ma il nudo concetto scientifico, sviluppato dal ragionamento e da tutti i procedimenti scolastici.

Cino da Pistoia, Cavalcanti e Dante erano tra i più dotti e sottili disputatori che fossero mai usciti dalla scuola di Bologna. La loro mente robusta era stata educata a guardare in tutte le cose il generale e l’astratto, e a svilupparlo con il sussidio della logica e della rettorica. Prima di essere poeti erano scienziati. Anche verseggiando, ciò che ammirano i contemporanei è la loro scienza.

Cino, maestro di Francesco Petrarca e del sommo Bartolo, fu dottissimo giureconsulto. Il suo commento sopra i nove libri del Codice fu la meraviglia di quell’età. Ristoratore del diritto romano, egli aprì nuove vie alla scienza e nessuno come lui diede più luce alla civile giurisprudenza.

L’amore per Selvaggia lo rese poeta, ma non poté cambiare la sua mente. Chiamato a rappresentare i suoi sentimenti, come poeta, Cino lì analizza e ne ragiona sottilmente come critico. Il suo “amore” non tocca il campo semantico della natura e muove verso l’astratto, oltre il limite del reale; egli crea di fatto una scuola poetica – rettorica dell’amore – piena di figure ed esagerazioni, dove vedi comparire gli spiritello d’amore che vanno in giro e i sospiri che parlano. Dove ci sono persone vive, abbondano le personificazione. Ecco un esempio dell’esagerazione, tipica di Cino da Pistoia:

E s’avvien che quei begli occhi miri
Che l’anima che move li sospiri
S’acconcia per voler dal cor fuggire

Cino da Pistoia

Una così strana esagerazione non può essere scusata che dall’impegno della passione. Il tema è astratto e si sviluppa nelle scuole come esercizio di rettorica.

Siamo nella seconda metà del 200. La Sicilia è già nell’ombra. I due centri della vita italiana sono Bologna e Firenze. Una è il centro del movimento scientifico, l’altra dell’arte. In una prevale il latino, lingua dei dotti; nell’altra il volgare, la lingua dell’arte.

L’impulso scientifico partito da Bologna, portandosi appresso anche la poesia, dava il bando alla superficiale galanteria dei trovatori: il pubblico domandava cose e non parole. Si formò una coscienza scientifica e una scuola poetica conforme a quella. Il tempo dei poeti spontanei e popolari finisce per sempre.

Il nuovo poeta scrive con intenzione. Più che poeta, egli è lume di scienza:

  • Brunetto Latini, l’enciclopedico;
  • Cavalcanti, filosofo prestantissimo;
  • Cino da Pistoia, giureconsulto;
  • Dante, primo dottore dei tempi suoi.

Scrivono versi per bandire la verità, spiegare popolarmente i fenomeni più astrusi dello spirito e della natura. La poesia per loro è ornamento, la bella veste della verità o della filosofia, uso amoroso della sapienza, come dice Dante nel Convito. Vi è dunque in loro una doppia intenzione artistica, di ornare e di abbellire. L’artista compare accanto allo scienziato. Questo doppio uomo era già visibile in Guido Guinicelli.

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