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Dal 1200 al 1300Letteratura

La cantilena o canzone di Ciullo d’Alcamo

Canzone Ciullo d'Alcamo

Il più antico documento della nostra letteratura è comunemente considerato la cantilena o canzone di Ciullo d’Alcamo, insieme a una canzone di Folacchiero da Siena, intitolata “Tutto il mondo vive senza guerra“.

Non è importante decretare quale delle due canzoni sia “la prima“, dato che queste non sono solo il principio ma parte di un’intera epoca letteraria, cominciata molto prima e giunta al suo splendore sotto Federico II da cui prese il nome.

Come leggesi nel Novellino, Federico II, imperatore d’Alemagna e re di Sicilia, chiamato da Dante “chierico grande” – ovvero uomo dottissimo – fu nobilissimo signore; nella sua corte a Palermo veniva “la gente che aveva bontà, musicisti, rimatori e parlatori“. Perciò i rimatori di quel tempo, malgrado molti venissero da altre parti del mondo, vennero detti Siciliani.

Che cos’è dunque la cantilena di Ciullo d’Alcamo?

Viene definita Tenzone, ossia uno scambio polemico di strofe e di poesie tra due poeti. In questo caso, vi è un dialogo tra due personaggi, Amante e Madonna. Amante chiede, mentre Madonna nega e nega, per poi concedere solo alla fine: si tratta di un tema frequentissimo nelle canzoni popolari di quei tempi, riscontrabile anche nella Firenze dell’800 nella “canzone tra il Frustino e la Crestaia“.

Ogni domanda e risposta è in una strofa di otto versi, sei settenari, di cui tre sdruccioli e tre rimati, chiusi da due endecasillabi rimati. Spiego per i profani:

  • Verso settenario: l’accento principale si trova sulla sesta sillaba;
  • Verso sdrucciolo: l’ultima parola del verso ha l’accento sulla terz’ultima sillaba;
  • Endecasillabi rimati: versi rimati in cui l’ultimo accento, tonico e ritmico, cade obbligatoriamente sulla decima sillaba.

La lingua è ancora rozza e incerta nelle forme grammaticali e nelle desinenze, mescolata con voci siciliane, napoletane, provenzali, francesi e latine. Come esempio riporterò una strofa di Amante, con relativa traduzione:

Molte sono le femine
Che hanno dura la testa
e l’uomo con parabole
le dimina e ammonesta
tanto intorno parcacciale
sinché l’ha in sua podesta.
Femina d’uomo non si può tenere.
Guardati, bella, pur di ripentere.

Molte sono le femmine
che sono ostinate
e l’uomo con le parole
le domina e le persuade
tanto le incalza
finché non le ha in suo potere.
la donna non può fare a meno dell’uomo
Stai attenta, bella, di non doverti pentire.

La canzone di Ciullo d’Alcamo scorre tutta d’un fiato, piena di naturalezza, brio, rapida e senza ombra di artificio o retorica. C’è una finezza e gentilezza di concetti in forma ancora grezza, ineducata. Per questo il documento è ancora più prezioso; se l’ingegno del poeta appare nei concetti, nei sentimenti e nell’andamento vivo e rapido del dialogo, la forma è quasi impersonale, ritratto immediato e genuino di quel tempo.

Studiando quella forma, è facile dedurre che allora c’era già una nuova lingua, non ancora formata e fissata, ma tale che non solo si parlava, ma si scriveva; e c’era pure una scuola poetica col suo repertorio di frasi e concetti, oltre a personali forme tecniche e metriche già fissate.

Non si sa quanto tempo richieda una lingua nuova per acquistare una certa forma, che la renda atta a essere scritta e cantata; può essere che la lingua di Ciullo, ancora in uno stato di formazione, fosse già usata parecchi secoli prima.

E ci volle almeno un altro secolo perché fosse possibile una scuola poetica, giunta allora all’ultimo grado della sua storia quando i concetti , i sentimenti e le forme diventarono immobili come un dizionario. Tutt’ora sono i medesimi.

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