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George Sorel

Dopo l’articolo riguardante Benedetto Croce è opportuno soffermarsi sulle tesi di questo autore francese, perché da esse trassero alimento non solo le opposizioni della sinistra socialista, del sindacalismo rivoluzionario, ma parecchi altri schieramenti politico-ideologici dell’età giolittiana.

Nella sua opera più celebre, Riflessioni sulla violenza, che proprio Croce aveva fatto conoscere in Italia nei primi anni del secolo, George Sorel (1847-1922), che aveva lavorato come ingegnere alla costruzione di ponti e di strade ed era vissuto a lungo a contatto col mondo operaio, sosteneva che alla classe operaia era assegnato il ruolo di rigeneratrice dell’umanità. L’attuale società borghese è per George Sorel bacata e corrotta, incapace, per eccesso di intellettualismo scettico, di grandi slanci che sono possibili invece nella classe operaia; a patto però che tale classe non esaurisca il suo potenziale di lotta in una serie di scaramucce per conquistare miglioramenti salariali.

Lo spirito agonistico, il clima etico ed eroico per questa lotta di classe a fondo, realizzata con la pratica della violenza e dell’azione diretta, saranno i sindacati ad alimentarli e, all’interno di essi, le élites. A questi gruppi minoritari, formati da uomini d’eccezione per consapevolezza ideologica e impegno etico, tocca il ruolo di preparare l’avvento di una nuova società che non avrà solo nuovi rapporti di produzione ma nuovi valori etici e verrà edificata sul crollo della vecchia società borghese, che si otterrà con lo sciopero generale e con la violenza.

Risulta chiaro dunque che nella teoria soreliana Marx si fonde con Nietzche e con un certo vitalismo bergsoniano. Dalla lotta di classe di origine marxista e del trionfo del proletariato Sorel sottolinea con particolare vigore il valore etico (una posizione questa che nasce dal suo profondo disprezzo per i falsi valori borghesi e dal suo vagheggiamento di un’umanità superiore di ascendenza nietzscheana); e nel contempo assegna alle forze proletarie e alle élites, nel campo sociale, quel ruolo che lo slancio vitale bergoniano aveva nel campo della natura.

A proposito delle correnti che da queste teorie trassero alimento, N. Bobbio dice:

I soreliani rappresentarono nel primo decennio del secolo il momento rivoluzionario del socialismo in quell’avvicendarsi di riformismo e rivoluzionarismo in cui consiste la storia del movimento operaio. Furono la versione di sinistra della ribellione contro la “mediocrità” della democrazia, una delle espressioni della rivolta ideale di Oriani.

Mentre per i sovversivi di destra mediocrità era sinonimo di livellamento verso il basso, di “volgarità della moltitudine”, di decadenza delle antiche aristocrazie, per i sovversivi di sinistra la democrazia era mediocre perché, al contrario, aveva soffocato con le piccole concessioni economiche lo slancio ideale del proletariato e quindi ritardato l’avvento delle nuove aristocrazie operaie.

Resta da vedere se questo giudizio di mediocrità non rivelasse, da una parte e dall’altra, l’inadeguatezza di una cultura, impreparata ad affrontare i problemi sollevati dalla profonda trasformazione economica e sociale del paese: più estrosa che profonda, più brillante che documentata, troppo impaziente e irrequieta, con il fiato troppo corto per le lunghe corse in cui si era temerariamente avventurata. Alla fine ci furono due irreparabili disastri: la prima guerra mondiale – effimera vittoria dei sovversivi di destra alleati in parte coi sovversivi di sinistra – e il fascismo – fine non solo del sogno rivoluzionario ma anche dell’aborrita democrazia.

N. Bobbio

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