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Decadentismo – definizione e caratteristiche

Decadentismo

Decadentismo. Nel decennio 1870-1880, come già visto, si sviluppa una visione antiborghese e un’insoddisfazione per la poetica accademica parnassiana. Questo atteggiamento, che avrebbe potuto sfociare in un sentimento di lotta politica, prende una direzione completamente diversa.


ESTETISMO

Si manifesta un senso di stanchezza, sfiducia nell’agire umano, dovuta alla coscienza di essere la voce di un’età di decadenza, di tramonti. “Decadenti” vengono chiamati dai loro avversari, e  lo accettano. Anzi, ne fanno pure un titolo di vanto (la rivista “Le Décadent” esce nel 1886). L’artista si sente estraneo al mondo, da ciò deriva il desiderio di fuga verso un mondo insolito, raffinato e prezioso anziché mediocre e ovvio. In questo consiste l’estetismo decadente, un atteggiamento che si configura in svariati modi:

  1. Raffinata clausura di Des Esseintes, protagonista di A Ritroso di Huysmans;
  2. Avventure mondane di Andrea Sperelli, l’eroe del Piacere dannunziano;
  3. Fuga vera e propria nella vita reale, come quella di Rimbaud in Africa;
  4. Fare della vita una vera e propria opera d’arte (Oscar Wilde).

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ESTETA E BORGHESIA

La bandiera anticonformista dei decadenti, in realtà, ha origine romantica. Il mito umano del ribelle era già presente nel vecchio movimento, seppur con una sostanziale differenza: i romantici interpretavano un momento in ascesa della borghesia, mentre l’artista decadente non ha più un retroterra sociale, né d’altro canto trova legami con i movimenti e con l’ideologia che attaccano quella classe sul terreno della lotta politica. A tal proposito, come ha notato Edmund Wilson:

Il poeta decadente si isola dalla società educandosi alla disciplina dell’indifferenza […] finisce per spostare i confini della letteratura soggettiva da un’esperienza condivisa con la società a un’esperienza assaporata nella solitudine

DECADENTISMO – DEFINIZIONE

Usato dai protagonisti (il citato giornale “Le Décadent“), il termine è stato caricato di un significato negativo e persino, a volte, spregiativo da Benedetto Croce, che ha parlato di decadentismo come un complesso di autori, opere, atteggiamenti inficiati da fiacchezza morale, insincerità e artificiosità artistiche. Via via – nel dibattito critico – il termine ha perso questa connotazione e viene usato in senso storiografico, per definire un’età, la sua produzione artistico-letteraria e la sua ideologia. Per la periodizzazione, un largo consenso colloca il decadentismo nei due-tre decenni finali dell’ottocento, mentre la conclusione è ritenuta indefinibile, proprio perché il movimento in sé è talmente ricco di sfumature da non essere ben individuabile. Alcuni dicono nei primi quindici anni del novecento, altri fra le due guerre.

PRIME CARATTERISTICHE

Ci si impegna per una conoscenza non della realtà ma dell’anima della realtà e si attribuisce alla poesia il valore di strumento – non uno qualunque, bensì LO strumento – di conoscenza. Si crea così il canone fondamentale arte = conoscenza. Questo comporta necessariamente la sperimentazione di nuovi mezzi, nuove tecniche espressive; un testo esemplare per i fini è la lettera del veggente di Rimbaud, per i mezzi invece l’Arte poetica di Verlaine.

La poesia accoglie suggestioni anche dall’arte musicale, assumendo sempre più un ruolo magico, incantatorio e mistico insieme. Su questo campo va citato Richard Wagner (1813-1883) che in quegli anni realizzava il supremo ideale perseguito dai poeti nuovi, ovvero “l’ideale della fusione delle arti in una realtà superiore che di tutte raccolga i pregi e li conglobi in una nuova manifestazione, ritrovamento felice di un’antica unità perduta, dove parola e suono nascono nell’animo di uno solo creatore“.

DECADENZA E MORTE

Nei decadenti c’è anche un senso di disperazione. Manca all’eroe un retroterra, quello che l’eroe romantico aveva con la borghesia in ascesa. Il decadente approda così all’incapacità di vivere normalmente, prendendo consapevolezza della sua “diversità“. In certi casi, essa viene ostentata come privilegio (Wilde, D’Annunzio), in altri casi come condanna (Rilke, Mann).

Al fondo della produzione del decadentismo, c’è in realtà un’ossessiva contemplazione della morte. Si tratta di un dato che va sottolineato per non ridurre la produzione decadentista al solo raffinato esteta. La difesa e quindi la fuga dalla banalità giornaliera approda a mondo di artificio, carico di cultura e di complicazioni, greve di un impasto di strani profumi come l’atmosfera stagnante e irrespirabile di una serra.

L’ESTETA ARMATO

Va segnalata un’altra versione del decadentismo, da collegare all’influenza di Nientzsche. Qui l’estetismo e il disprezzo per gli altri, anziché estrinsecarsi nelle solitarie dilettazioni di Des Esseintes, si cala nella realtà politica, nell’esaltazione dell’avventura e della violenza nella politica interna o internazionale, o nel vagheggiamento della guerra per sperimentare il rischio. L’artista si incupisce nella contemplazione della morte, oppure si esalta nella sperimentazione di una vita ferina e faunesca, nel vagheggiamento del “sangue, della voluttà e della morte“, secondo un testo di Maurice Barrès. In Italia il maggior interprete è D’Annunzio, con l’Andrea Sperelli del Piacere (1889) o il Claudio Cantelmo delle Vergini delle rocce (1896). Altro autore esemplare è il francese Maurice Barrès appunto (1862-1923) che proietta il suo egotismo decadente in direzione nazionalistica. Sarà uno degli ispiratori di tutti i fascismi europei.

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