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Prima di parlare della crisi che portò alla “morte” del positivismo negli ultimi venti anni del 1800, è opportuno spiegare bene quali erano i capisaldi di questo movimento filosofico.


La corrente positivista si sviluppa tra il 1860 e il 1885. Parte da Inghilterra e Francia, arrivando in Italia con un leggero ritardo, essendo quest’ultima un luogo meno fertile per il movimento. Schematizzando al massimo si può dire che il positivismo richiama alla realtà materiale e alla corposità del mondo degli uomini. Si ha quindi l’esaltazione del metodo scientifico e il rifiuto di qualunque spiritualismo – religione. In Italia, l’animo laico del positivismo sfocia in un anticlericalismo pesante contro la curia romana. Ciò che conta è lo studio dei dati, i fatti: per questo motivo potremmo parlare più di mentalità che di filosofia, poiché dal positivismo derivano una serie di atteggiamenti comportamentali come la fiducia nella scienza e nella capacità di liberare l’uomo da cose come la superstizione, la malattia e la miseria. C’è infine un richiamo a Marx per quando riguarda il crollo della società capitalista. La mentalità positivista è quindi fiduciosa, progressista, laica e interessata ai fatti – la realtà.

Negli ultimi venti anni del 1800, come dicevo all’inizio, questa convinzione inizia a deteriorarsi. La cosa curiosa è che sarà proprio la tanto acclamata ricerca scientifica a “uccidere”, lentamente, il positivismo. Si parte con Bernhard Riemann (1826 – 1866) il quale, sviluppando delle teorie sulle geometrie non euclidee, ipotizza una realtà e un mondo come pura costruzione mentale. Prosegue Henri Poincaré (1854 – 1912), esprimendo riserve sulla visione del metodo scientifico come strada giusta verso la verità. Come mazzata finale, Max Planck e Ernst Mach aprono la strada alla teoria della relatività di Einstein, facendo crollare così il più grande pilastro del positivismo: l’oggettività del reale.

L’oggettività del reale, l’esistenza cioè di una realtà autonoma e distinta dal soggetto, da comprendere e descrivere tramite metodo scientifico, viene negata nella letteratura dalla “Lettera del veggente” di Rimbaud e in seguito anche da Mallarmé, ossessionato dall’idea di esprimere una realtà “altra“.

Persino chi aveva ricevuto una formazione naturalista (quindi aveva studiato i testi positivisti) inizia a remare contro il positivismo stesso: è il caso di J.K. Huysmans, discepolo di Zola, il quale dichiara: “I positivisti vedevano l’esistenza tutta d’un pezzo, l’accettavano solo condizionata da elementi verosimili, quando invece nel mondo l’inverosimile non è sempre un’eccezione“.

Il deteriorarsi del positivismo ha anche un aspetto politico. Di fronte al “quarto stato” che avanza, la borghesia lascia perdere le istanze democratiche e l’ideale di progresso sociale, chiudendosi in difesa dei privilegi conquistati.

Conclusione. La crisi del positivismo è un approdo, ma anche un punto di partenza: la rappresentazione artistica va oltre alla rappresentazione del reale; le conseguenze si possono notare nelle opere di Rimbaud, Verlaine, Pascoli e D’Annunzio. Ci avviciniamo al Decadentismo, trovando in Bergson e Nietzsche il massimo superamento del defunto positivismo.

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